sabato 16 febbraio 2019

DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA'- PARLIAMONE


Disturbo evitante di Personalità – Parliamone-


L ’ evitamento  rappresenta un comportamento funzionale nel momento in cui ci permette di allontanare da una situazione che riteniamo pericolosa, rischiosa o che può arrecarci un danno. Diventa disfunzionale nel momento in cui, ci limita nell’ esplorazione, nell’affrontare situazioni nuove, o dove dobbiamo confrontarci socialmente e quindi mettere in atto le nostre abilità sociali. L’esperienza che in questo caso evitiamo, viene considerata intollerabile, ingestibile a tal punto da non affrontarla. Questo meccanismo porta immediatamente a far abbassare la quantità di ansia che avvertiamo, ma è solo un sollievo immediato, superficiale che a lungo andare non porta beneficio, perché siamo portati successivamente a reiterare il comportamento di evitamento e a generalizzarlo anche ad altre situazioni che prima riuscivamo a gestire. Quando siamo a questo stadio sarebbe utile chiedere un supporto psicologico, anche per capire se siamo di fronte ad un disturbo di personalità, ed anche per capirne la gravità e agire in tempo.
A livello cognitivo prevalgono pensieri come il non essere all’altezza della situazione, di non piacere agli altri, di essere poco desiderabili socialmente, di essere poco abili, capaci, intelligenti, amabili. Sono questi stessi pensieri che producono nella persona con questo disturbo,elevati stati di ansia che inducono la persona a non relazionarsi in vari contesti quello sociale, lavorativo, amicale, sentimentale. Ne consegue che la persona con questo disturbo, tende a svolgere una vita abitudinaria, priva di ogni possibile novità, avanzamenti, miglioramenti nello stile di vita. Prevale in queste persone un senso di vuoto, un blocco e un senso di inadeguatezza che va a confermare i pensieri che abbiamo analizzato in precedenza. Come in un circolo vizioso, l’isolamento sociale, affettivo, emozionale, va a confermare quell’iniziale senso di inadeguatezza e disistima che caratterizza queste persone, rinforzandone il comportamento di evitamento.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE DEL DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA’.


·        A livello Affettivo-Emotivo , la persona sperimenta ansia , quando c’è la possibilità che possa venire a contatto con situazioni, nuove, o qualsiasi situazione che reputa ingestibile. Inoltre può prevalere un umore depresso, accompagnato dalla difficoltà di lasciarsi andare nelle relazioni, intime, affettive, sociali, lavorative.
·        Evitamento , la persona evita le situazioni in cui può sentirsi valutato e quindi non all’altezza, o quando deve mostrare le sue capacità e abilità, quando c’è un confronto interpersonale.
·        Minacce esterne, gli altri sono concepiti come delle vere e proprie minacce, prevale la paura di essere sminuiti, rifiutati, non considerati, ridicolizzati.

Vediamo più da vicino quali pensieri potrebbero emergere in chi tende ad avere un comportamento di evitamento .


Le persone con questo disturbo, tendono a pensare che “ se gli altri mi trattano male allora non sono degno di essere loro amico”; “ se a mia madre(padre etc….) non piaccio come sono, come posso pensare di piacere  agli altri? . In questo stile cognitivo  nelle persone prevale il più delle volte la tendenza a pensare di non essere degno di essere amato, apprezzato, desiderato, di non valere nulla, di non essere mai abbastanza per gli altri.

Vediamo più in dettaglio i sintomi che possono manifestarsi


·        La persona evita situazioni sociali in cui è fondamentale il contatto interpersonale.
·        Difficilmente interagisce con gli altri, se non ha sicurezza di piacere, di essere accolto. Quando partecipa ad attività di socializzazione lo fa con grande disagio e in questo caso può essere molto distaccato e provare un senso di vergogna e di paura.
·        Prima di interagire nelle situazioni sociali, nella persona evitante prevale una eccessiva preoccupazione di essere criticato o non accettato.
·        Prevale una riluttanza ad assumere rischi personali, perché prevale una eccessiva disistima nelle proprie capacità.
Quali sono le cause del disturbo evitante di personalità
Non sono del tutto chiare le cause di questo disturbo. Si ritiene che possono incidere fattori di ordine genetico, caratteristiche temperamentali proprie della persona, e l’educazione familiare.
Molte ricerche evidenziano anche la prevalenza di storie di abuso fisico , verbale e psicologico, o storie di emarginazione nel gruppo dei pari.

Conseguenze del disturbo evitante di personalità


A causa degli alti livelli di ansia sociale, queste persone nei casi più gravi, possono vivere in un completo isolamento e ritiro sociale, fino a compromettere la qualità della vita lavorativa, sociale e familiare. Se il comportamento di evitamento, si protrae nel tempo, la persona vivrà una vita da spettatore, priva di stimoli, con un incolmabile senso di vuoto.
L’umore depresso o le crisi d’ansia o panico, sono spesso le motivazioni che possono indurre la persona a chiedere un aiuto professionale, anche perché per alleviare il malessere legato all’ansia, le persone possono ricorrere all’utilizzo eccessivo di alcol, sostanze stupefacenti, o psicofarmaci. 

Trattamento del disturbo

Il trattamento di elezione per questo tipo di disturbo è rappresentato
·        dalla Terapia Cognitivo Comportamentale
·        Terapia cognitivo interpersonale

La Terapia cognitivo comportamentale, nelle prime fasi di trattamento analizza, i pensieri automatici disfunzionali, che caratterizzano il suo funzionamento. Dopo averli individuati, vengono confutati e sostituiti(con tecniche specifiche di tale terapia)con pensieri più funzionali. Viene inoltre mostrato al paziente, la conseguenza dei comportamenti evitanti, e il riflesso che ha sugli altri. Vengono mostrate strategie, per affrontare le situazioni temute, mediante tecniche espositive, o di altro genere, tutte con obiettivi concordati con il paziente.

Terapia cognitivo interpersonale

Un altro tipo di terapia che rientra sempre in quelle di tipo cognitivo, è rappresentata dalla Terapia Metacognitiva interpersonale. In questo tipo di trattamento è centrale la narrazione che il paziente fa delle situazioni problematiche.  Attraverso la narrazione, il terapeuta tenta, in maniera del tutto naturale di
·        Promuovere nuovi comportamenti , sostituendoli con nuove strategie comportamentali e andando quindi a sostituire, quelli abituali del paziente.
·        Leggere con maggiore realismo il comportamento intenzionale degli altri, quando si relazionano con il paziente.
·        Individuare gli errori di ragionamento del paziente, come ad esempio” se evito di affrontare la situazione, di sicuro non subirò le critiche o il giudizio negativo, nei miei confronti.

lunedì 8 maggio 2017

LA DIPENDENZA NON CREA AMORE



Soffrire di una dipendenza affettiva significa essere completamente assoggettati ad una  persona con la quale abbiamo una relazione o con la quale cerchiamo o facciamo di tutto per stabilire un rapporto, anche se questa persona non è adatta a noi, non ci considera o addirittura compromette il nostro stato psico-fisico.
Vediamo più da vicino le caratteristiche tipiche del dipendente affettivo

·        Nega i propri bisogni
·        Rinuncia ai propri spazi per dedicarsi completamente all’altro
·        Vive una costante paura di essere abbandonato dal partner
·        Considera il partner come unica fonte di gratificazione
Si tratta di una forma di amore controllante, ossessivo , simbiotico che assomiglia ad una vera e propria droga che nel rapporto si identifica come unica forma di gratificazione personale, senza la quale ci sentiamo persi e di non valere.

Anche se presente anche negli uomini in una percentuale nettamente inferiore, la dipendenza affettiva si manifesta propriamente in quelle donne che hanno queste caratteristiche

·        Bisognose di conferme
·        Donne fragili
·        Con bassa autostima
·        Prive di autonomia
·        Con una enorme paura dell’abbandono
·        Con tendenza a responsabilizzarsi eccessivamente
·        Proveniente da famiglie problematiche con storia di dipendenza, alcoolismo, bulimia, o altre dipendenze, abusi sessuali , maltrattamenti psico-fisici. Condizioni queste che creano fin da piccoli  e inducono il più delle volte un senso di inadeguatezza personale, e di sfiducia in sé.

Manifestandosi come una vera e propria dipendenza si notano come nelle droghe questi tre stadi

1.     L’ebbrezza ovvero un senso di euforia sperimentata dalla persona in seguito alle reazioni del partner, alla sua presenza o ai suoi comportamenti
2.     La tolleranza che si manifesta con il bisogno crescente di vedere il partner più volte e sempre di più, limitando cosi il proprio spazio personale e quello del partner  che finirà per allontanarsi come reazione a tale bisogno crescente. Chi soffre di dipendenza affettiva non sa stare da solo, anzi sente un profondo senso di solitudine che pensa di colmare solo ed esclusivamente con la presenza dell’altro. L’assenza della persona da cui si dipende, porta ad uno stato di disperazione, frustrazione che può essere colmato solo con la presenza fisica dell’altro.
3.     Incapacità di controllare il proprio comportamento associata alla perdita di esame di realtà rispetto a sé, al partner e al rapporto che a lungo andare crea un forte senso di vergogna e inadeguatezza che come un circolo vizioso si colma con la ricerca della presenza dell’altro come gratificazione immediata.

           Come uscirne dalla dipendenza affettiva?
·        Prendere consapevolezza di avere un problema
·        Riconoscerne le caratteristiche , i sintomi
·        Chiedere aiuto ad un esperto psicologo psicoterapeuta che tratta di queste tematiche
·        Circondarsi di affetti familiari, amici, fare rete sociale
·        Informarsi tramite libri

             Sperimentare la libertà
·        Prendersi cura di sé
·        Non essere controllante
·        Non chiamare ossessivamente
·        Usare l’umorismo
·        Ricercare la compagnia di amici
·        Diventare più egoisti
·        Chiedersi cosa ci rende felici(oltre al partner)
·        Crearsi obiettivi
·        Rompere lo schema del circolo vizioso
·        Riconoscere e curare i bisogni profondi
·        Prendere le distanze dalla relazione insana
·        Non pretendere dall’altro
·        Lasciare passare del tempo prima di mettere in atto comportamenti compulsivi.


venerdì 28 aprile 2017

FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA

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dottmariacarcuro@gmail.com

mercoledì 26 aprile 2017



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La Dott.ssa Carcuro partecipa all'iniziativa. Contatti dottmariacarcuro@gmail.com
Tel. 347 9733631


giovedì 30 marzo 2017

IL CORPO E' L'UNICO MEZZO CHE HO PER ENTRARE NEL CUORE DELLE COSE (Cit) "Il training Autogeno"





Il training autogeno


Il training autogeno è una tecniche di rilassamento, il suo nome deriva dal fatto che è un training cioè un allenamento e autogeno cioè si genera da sé. Questa tecnica è utile a chi vive stati di ansia e panico, è tormentato da frequenti e continui pensieri negativi, che stancano la mente e il corpo. Rappresenta un buon rimedio per chi conduce una vita stressante, e desidera recuperare equilibrio mentale ed energia. Un’ utile pratica per chi desidera affrontare con più calma le situazioni della vita quotidiana, e prendere decisioni più serenamente.
Gli obiettivi che si raggiungono con il fare sedute di training autogeno sono
·         Ridurre la percezione di ansia
·         Abbassare il livello di tensione fisico e mentale
·         Recuperare un buono stato di benessere psicofisico
·         Acquisire maggiore autocontrollo nella gestione delle proprie ansie e tensioni con ripercussioni positive nella quotidianità (nel sonno, gestione dello stress, sulla concentrazione)
Da un punto di vista psicosomatico è indicato per chi soffre di
·         Gastrite
·         Colon irritabile
·         Stipsi
·         Tic
·         Problemi del sonno
·         Dolori mestruali
inoltre per qualsiasi persona che vuole migliorare la concentrazione nel lavoro, nello sport, e nello studio. Le sedute di training autogeno inizialmente vengono condotte insieme ad un esperto di questa tecnica e poi in autonomia in un ambiente adatto privo di rumori e tranquillo, con una luce soffusa e indossando possibilmente abiti comodi che non stringono il corpo. Questa tecnica si compone di esercizi cosi suddivisi
·         Esercizio della pesantezza
·         Esercizio del calore
·         Esercizio del respiro
·         Esercizio del battito cardiaco
·         Esercizio del plesso solare
·         Fronte fresca
Dopo alcune sedute gli effetti riscontrabili sono rappresentati da uno stato di distensione psichica con
·         Attenuazione dei disturbi psichici e comportamentali come ansia, attacchi di panico, angoscia, balbuzie
·         Miglioramento di disturbi di natura vegetativa come ad esempio dell’apparato respiratorio, gastro-intestinale, circolatorio
·         Miglioramento del rendimento in varie attività

La Dott.ssa Carcuro Maria esegue in studio sedute di training autogeno per informazioni potete contattarla al num 3479733631 o via mail dottmariacarcuro@gmail.com
 www.psicoterapeutacarcuro.it


mercoledì 15 febbraio 2017

INSONNIA PERCHE' NON RIESCO A DORMIRE?









Il sonno rappresenta un momento essenziale di riposo e benessere, favorisce infatti tutti i processi di rigenerazione e ricrescita. Il sonno non ha sempre le stesse manifestazioni , ma cambia a seconda dell’età, e dei cambiamenti evolutivi. Vediamo ora quali fattori possono alterare il regolare funzionamento del sonno
·         L’uso di farmaci e alcune patologie come quelle croniche, endocrine , cardiovascolari, etc
·         Fattori psicosociali come lutti, divorzi, separazioni, eventi di vita stressanti, depressione, ansia
·         Lo stile di vita e i fattori ambientali come una non corretta alimentazione o l’uso eccessivo di bevande eccitanti

Si parla di insonnia quando una persona non riesce a trarre beneficio dal proprio sonno cioè dorme male o troppo poco e questa situazione perdura nel tempo.  Difficoltà  nell’iniziare o mantenere il sonno oppure un sonno non ristoratore, che si verifica almeno tre giorni a settimana e che influisce negativamente sulle normali attività quotidiane. Bisogna però  sottolineare  che dormire poche ore non è di per sé un problema, ci sono persone che dormono poco ma che riescono a vivere la quotidianità senza alcun problema. L’insonnia diventa un problema se a lungo a termine ne consegue un disagio. In genere chi soffre d’insonnia tende ad avere numerosi pensieri intrusivi che riguardano:
·         Problemi quotidiani e situazioni stressanti
·         L’insonnia stessa cioè la paura di non dormire che a sua volta genera insonnia come in un circolo vizioso.

Ci sono tre tipi di insonnie

·         Iniziale che si manifesta con una difficoltà ad addormentarsi
·         Centrale con frequenti e sostenuti risvegli durante la notte
·         Tardiva che si manifesta con risveglio mattutino precoce

Il paradosso dell’insonnia: il pensiero di non riuscire a dormire non mi fa dormire

I pensieri intrusivi sono incontrollabili, non voluti, inoltre danneggiano la qualità del sonno perché tengono la mente sveglia e attiva, aumentano il livello di tensione corporea, la quale non fa che aumentare l’insonnia. Quando le prime difficoltà di addormentamento si sono instaurate, le persone possono iniziare a “rimuginare” non solo sugli eventi della vita, ma anche sulla difficoltà stessa di non riuscire a dormire. Di conseguenza s’ inizia a catastrofizzare  sulla  difficoltà di addormentamento e si drammatizzano le conseguenze negative e ovviamente tutto questo fa aumentare la tensione. Se si vuole si può imparare a dormire meglio innanzitutto eliminando quelle abitudini che mantengono il problema, magari con l’aiuto di uno psicologo se il problema è piuttosto persistente e non si vuole giustamente ricorrere all’uso di sonniferi.

Come piccole regole di buona abitudine si può intanto
·         Evitare l’uso eccessivo di caffeina
·         Nicotina
·         Alcool
·         Cibi pesanti
·         Praticare esercizi di rilassamento
·         Bere una tisana prima di andare a letto

·         Dedicare del tempo ad una buona lettura                           www.psicoterapeutacarcuro.it














mercoledì 1 febbraio 2017

7 TECNICHE RAPIDE PER ESSERE ASSERTIVI

                  

Il termine assertività deriva dal verbo asserire che sta ad indicare la capacità di affermare in maniera chiara ed efficace le proprie emozioni, idee, opinioni. Essere assertivi significa quindi avere un comportamento efficace che mira a raggiungere gli obiettivi prefissati comunicando con sincerità, lealtà senza essere sottomessi o aggressivi.
Essere assertivi significa non avere il timore di essere disapprovati dagli altri, e quindi non avere paura della solitudine e del rifiuto che ne possono scaturire. Vediamo da vicino alcune tecniche di comunicazione assertiva che possiamo utilizzare.

Accordo assertivo- significa di ammettere di aver commesso un errore, ma nonostante  ciò,questo giudizio è separato dal considerarsi una persona buona o cattiva, degna di valore o di non valore. Si ho dimenticato di chiamarti al telefono , non l’ho fatto apposta non è una questione personale

Domanda assertiva – ovvero incoraggiare l’interlocutore a farci delle critiche utili ad ottenere informazioni  e quindi a migliorare noi stessi. Ho capito che l’altra sera all’incontro non mi sono comportato bene nel parlare con gli altri, cosa c’e nel mio modo di comunicare che non ti piace?

Annebbiamento assertivo- far finta di mollare il terreno nella comunicazione senza però cedere completamente. Cioè si appare concordi con l’opinione dell’altra persona, ma senza cambiare posizione. Può darsi che tu abbia ragione, si potrebbe essere più generosi; o chissà forse dovrei essere più duro.   

Sapere aspettare-  ignora l’interlocutore arrabbiato, fin quando non si è calmato del tutto per poter intavolare una nuova conversazione . Vedo che sei molto arrabbiato e sconvolto. Ne parliamo più tardi.

Ironia assertiva-  significa rispondere in maniera ironicamente positiva a delle critiche pungenti. Sei un buono a nulla …. grazie anche io ti voglio bene!!

Posticipare assertivamente-  posticipa la risposta fino a quando non ti senti tranquillo e in grado di rispondere in maniera appropriata. Si è proprio un argomento interessante, va bene se ti dico qualcosa domani?

Disco rotto -significa ripetere con calma il proprio punto di vista anche più volte senza cambiare parola. No grazie questa sera preferisco  stare a casa. Gentilissimo ma insisto voglio proprio starmene a casa.


lunedì 12 dicembre 2016

LE IMPLICAZIONI PSICOLOGICHE NELLA MALATTIA CRONICA






Negli ultimi anni si è passati da un modello medico tradizionale che si focalizzava solo sulla cura e sui sintomi di una malattia, ad una concettualizzazione più ampia che comprende giustamente anche le implicazioni psicologiche considerate avere un ruolo rilevante sul decorso della malattia cronica stessa.
Da un punto di vista psicologico infatti venire a conoscenza di avere una malattia che ci accompagnerà tutta la vita, comporta un cambiamento radicale rispetto alla vita che si conosceva fino a quel momento. La salute fino ad allora un punto saldo di riferimento viene a mancare, ridefinendo un nuovo significato di se stessi, della salute e della vita in generale. Non è per nulla facile, bisogna adattarsi alla nuova condizione, ridefinire i propri stili di vita , le proprie abitudini quotidiane e non sempre questo è automatico, anzi il più delle volte sono delle vere e proprie forzature se la malattia non viene accettata consapevolmente. Questo cambiamento produce a livello cognitivo, emotivo e comportamentale delle risposte che possono  prendere forma in un disagio psichico di lieve entità fino ad arrivare  a delle vere e proprie psicopatologie. Chi vive l’esperienza di una malattia cronica o degenerativa nella maggioranza dei casi, manifesta depressione, ansia, stress, che interferiscono nella conduzione della malattia o addirittura ne accrescono la sintomatologia.
Dalla diagnosi alla terapia, l’obiettivo dell’intervento psicologico sarà quello di
·       Contenere i sintomi di sofferenza sia psicologica che psicopatologica;
·       Modificare comportamenti a rischio che potrebbero influenzare negativamente le condizioni psicofisiche generali (come assunzione di alcol, disturbi del comportamento alimentare
·       Favorire il processo di accettazione e di adattamento alla nuova condizione di vita;
·       Favorire l’aderenza ai piani di cura;
·       Favorire la partecipazione attiva del paziente al piano di cura e alla sua vita, aiutandolo a ricostruire un senso dell’esperienza e ad adottare modalità più funzionali di essere ed agire.

In conclusione

E’ di notevole importanza l’aspetto psicologico nelle malattie croniche, oltre quello fisico per il benessere psicologico delle persone. Emerge infatti che una patologia non integrata comporta sofferenza persistente e duratura che invade tutti gli ambiti della vita dei pazienti che ne sono affetti; inoltre, non bisogna dimenticare che lo stesso contesto familiare e sociale all’interno del quale vive un individuo con patologia cronica viene inevitabilmente investito dalla diagnosi del proprio congiunto, sottolineando il coinvolgimento delle relazioni familiari nel contesto di cura.

mercoledì 23 novembre 2016

DISTURBI ALIMENTARI





I disturbi del comportamento alimentare propriamente detti (DCA) sono patologie caratterizzate da un’ alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Il disturbo si manifesta a livello cognitivo con un ‘attenzione quotidiana, assolutizzata sul cibo che diventa un pensiero ossessivo, sulla dieta e su quello che bisogna o non bisogna mangiare. A livello comportamentale questi disturbi si manifestano attraverso
·         digiuno
·         diete restrittive
·      abbuffate che si manifestano con l’ingestione una notevole quantità di cibo in brevissimo tempo in cui si avverte un senso quasi di incoscienza ovvero un non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia
·         vomito autoindotto
·         assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento di peso
·         intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso.
I disturbi del comportamento alimentare insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. Va sottolineato che le persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti sopracitati, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare. Ci sono infatti dei criteri ben precisi che  lo definiscono. Il corpo è spesso evitato e percepito in modo alterato: il vissuto corporeo di essere inadeguati, grassi, brutti e socialmente non accettabili, influenza negativamente la propria autostima e amabilità. I più diffusi e conosciuti disturbi del comportamento alimentare sono
·         anoressia
·         bulimia
·         disturbo dell’alimentazione incontrollata (binge eating disorder)
vari studi indicano che i disturbi del comportamento alimentare fanno riferimento ad un modello casuale multifattoriale, secondo cui  non esiste un’unica causa ma vari fattori possono favorirne la comparsa e il mantenimento del disturbo. 

Anoressia
La persona che soffre di Anoressia Nervosa risulta gravemente sottopeso a causa della drastica diminuzione dell’alimentazione quotidiana. La denutrizione del proprio corpo non appare tuttavia percepito dalla persona, la quale nella maggior parte dei casi non si rende conto della propria effettiva condizione fisica, bensì si percepisce come “ancora grassa”, almeno in alcune parti del corpo (in genere cosce, glutei, addome), oppure si sente soddisfatta e rassicurata dalle forme corporee attuali.
Sulla base di tale grave alterazione della propria immagine corporea la persona vive con intenso terrore   l’idea di recuperare un peso normale, in quanto ciò viene considerato come “tornare ad essere grassa”, e si mostra indifferente alle conseguenze del disturbo sul piano della salute fisica.
Tali rigide idee conducono frequentemente alla “negazione” del problema, da cui segue la resistenza oppure la ferma opposizione al trattamento del disturbo. In alcuni casi Anoressia e bulimia possono coesistere nella stessa persona come disturbo alimentare. 

Bulimia
La Bulimia Nervosa si caratterizza per la presenza di frequenti abbuffate a cui seguono comportamenti di compensazione il cui scopo è compensare le calorie ingerite. L’abbuffata è un episodio di alimentazione eccessiva  in cui viene ingerita una grande quantità di cibo e durante il quale la persona sperimenta una sensazione di perdita di controllo. La  frequenza delle abbuffate può variare da una o due volte alla settimana a più volte al giorno. Può accadere che la persona bulimica senta la necessità di terminare l’abbuffata in fretta in modo da liberarsi di ciò che è stato ingerito in modo da ridurre al minimo le calorie ingerite. Le persone bulimiche appaiono visibilmente normopeso, anche se talvolta può essere presente un leggero sovrappeso.

 Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder)
Questo disturbo è caratterizzato dalla presenza di episodi ricorrenti di abbuffate, a cui non fanno seguito condotte di  compensazione come nella Bulimia nervosa. O meglio per la precisione possono esserci l’utilizzo di condotte compensatorie quali vomito, utilizzo di lassativi, diuretici digiuno , esercizio fisico forzato ma non utilizzate in maniera sistematica per controbilanciare le calorie ingerite. Molte ricerche hanno evidenziato una forte correlazione tra questo disturbo e
·         obesità
·         diabete tipo 2
·         malattie metaboliche
·         apnee nel sonno
·         malattie cardiocircolatorie
·         sindrome del fegato grasso
·         osteoartrite
·         complicanze in gravidanza
Le persone che soffrono di Disturbo da Alimentazione Incontrollata mostrano un’alimentazione caotica, senza controllo, con un elevato introito di cibo sia durante i pasti che fuori pasto, ovvero generalmente sono presenti sia frequenti abbuffate che alimentazione eccessiva ai pasti stabiliti (colazione, pranzo, cena).

Il modello terapeutico cognitivo-comportamentale con questi disturbi mira alla ristrutturazione dei pensieri e alla gestione delle emozioni che sono alla base del comportamento alimentare patologico per favorire quei cambiamenti che rappresentano le tappe fondamentali del processo terapeutico.