Blog informativo sui disturbi legati all'ansia, depressione, attacchi di panico e stress, con l'utilizzo della terapia cognitivo comportamentale.
giovedì 28 marzo 2019
ANSIA - ATTACCHI DI PANICO-STRESS-DEPRESSIONE: IL CORPO E' L'UNICO MEZZO CHE HO PER ENTRARE NEL C...
ANSIA - ATTACCHI DI PANICO-STRESS-DEPRESSIONE: IL CORPO E' L'UNICO MEZZO CHE HO PER ENTRARE NEL C...: Il training autogeno Il training autogeno è una tecniche di rilassamento, il suo nome deriva dal fatto che è un training...
ANSIA - ATTACCHI DI PANICO-STRESS-DEPRESSIONE: REGOLAZIONE EMOTIVA
ANSIA - ATTACCHI DI PANICO-STRESS-DEPRESSIONE: REGOLAZIONE EMOTIVA: Le emozioni sono importanti per il nostro benessere psicofisico, riconoscere le proprie emozioni rappresenta il primo passo per com...
sabato 16 febbraio 2019
DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA'- PARLIAMONE
Disturbo evitante di Personalità – Parliamone-
L ’ evitamento
rappresenta un comportamento funzionale nel momento in cui ci permette
di allontanare da una situazione che riteniamo pericolosa, rischiosa o che può
arrecarci un danno. Diventa disfunzionale nel momento in cui, ci limita nell’
esplorazione, nell’affrontare situazioni nuove, o dove dobbiamo confrontarci
socialmente e quindi mettere in atto le nostre abilità sociali. L’esperienza
che in questo caso evitiamo, viene considerata intollerabile, ingestibile a tal
punto da non affrontarla. Questo meccanismo porta immediatamente a far
abbassare la quantità di ansia che avvertiamo, ma è solo un sollievo immediato,
superficiale che a lungo andare non porta beneficio, perché siamo portati
successivamente a reiterare il comportamento di evitamento e a generalizzarlo anche
ad altre situazioni che prima riuscivamo a gestire. Quando siamo a questo
stadio sarebbe utile chiedere un supporto psicologico, anche per capire se
siamo di fronte ad un disturbo di personalità, ed anche per capirne la gravità
e agire in tempo.
A livello cognitivo prevalgono pensieri come il non essere
all’altezza della situazione, di non piacere agli altri, di essere poco
desiderabili socialmente, di essere poco abili, capaci, intelligenti, amabili.
Sono questi stessi pensieri che producono nella persona con questo
disturbo,elevati stati di ansia che inducono la persona a non relazionarsi in
vari contesti quello sociale, lavorativo, amicale, sentimentale. Ne consegue
che la persona con questo disturbo, tende a svolgere una vita abitudinaria,
priva di ogni possibile novità, avanzamenti, miglioramenti nello stile di vita.
Prevale in queste persone un senso di vuoto, un blocco e un senso di
inadeguatezza che va a confermare i pensieri che abbiamo analizzato in
precedenza. Come in un circolo vizioso, l’isolamento sociale, affettivo,
emozionale, va a confermare quell’iniziale senso di inadeguatezza e disistima
che caratterizza queste persone, rinforzandone il comportamento di evitamento.
QUALI SONO LE CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE DEL DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA’.
·
A
livello Affettivo-Emotivo , la persona sperimenta ansia , quando c’è la
possibilità che possa venire a contatto con situazioni, nuove, o qualsiasi
situazione che reputa ingestibile. Inoltre può prevalere un umore depresso,
accompagnato dalla difficoltà di lasciarsi andare nelle relazioni, intime,
affettive, sociali, lavorative.
·
Evitamento
, la persona evita le situazioni in cui può sentirsi valutato e quindi non
all’altezza, o quando deve mostrare le sue capacità e abilità, quando c’è un confronto
interpersonale.
·
Minacce
esterne, gli altri sono concepiti come delle vere e proprie minacce, prevale la
paura di essere sminuiti, rifiutati, non considerati, ridicolizzati.
Vediamo più da vicino quali pensieri potrebbero emergere in chi tende ad avere un comportamento di evitamento .
Le persone con questo disturbo, tendono a pensare che “ se
gli altri mi trattano male allora non sono degno di essere loro amico”; “ se a
mia madre(padre etc….) non piaccio come sono, come posso pensare di
piacere agli altri? . In questo stile
cognitivo nelle persone prevale il più
delle volte la tendenza a pensare di non essere degno di essere amato,
apprezzato, desiderato, di non valere nulla, di non essere mai abbastanza per
gli altri.
Vediamo più in dettaglio i sintomi che possono manifestarsi
·
La
persona evita situazioni sociali in cui è fondamentale il contatto
interpersonale.
·
Difficilmente
interagisce con gli altri, se non ha sicurezza di piacere, di essere accolto.
Quando partecipa ad attività di socializzazione lo fa con grande disagio e in
questo caso può essere molto distaccato e provare un senso di vergogna e di
paura.
·
Prima
di interagire nelle situazioni sociali, nella persona evitante prevale una
eccessiva preoccupazione di essere criticato o non accettato.
·
Prevale
una riluttanza ad assumere rischi personali, perché prevale una eccessiva
disistima nelle proprie capacità.
Quali sono le cause del
disturbo evitante di personalità
Non sono del tutto chiare le cause di questo disturbo. Si
ritiene che possono incidere fattori di ordine genetico, caratteristiche
temperamentali proprie della persona, e l’educazione familiare.
Molte ricerche evidenziano anche la prevalenza di storie di
abuso fisico , verbale e psicologico, o storie di emarginazione nel gruppo dei
pari.
Conseguenze del disturbo evitante di personalità
A causa degli alti livelli di ansia sociale, queste persone
nei casi più gravi, possono vivere in un completo isolamento e ritiro sociale,
fino a compromettere la qualità della vita lavorativa, sociale e familiare. Se
il comportamento di evitamento, si protrae nel tempo, la persona vivrà una vita
da spettatore, priva di stimoli, con un incolmabile senso di vuoto.
L’umore depresso o le crisi d’ansia o panico, sono spesso le
motivazioni che possono indurre la persona a chiedere un aiuto professionale,
anche perché per alleviare il malessere legato all’ansia, le persone possono
ricorrere all’utilizzo eccessivo di alcol, sostanze stupefacenti, o
psicofarmaci.
Trattamento del disturbo
Il trattamento di elezione per questo tipo di disturbo è
rappresentato
·
dalla
Terapia Cognitivo Comportamentale
·
Terapia
cognitivo interpersonale
La Terapia cognitivo comportamentale, nelle prime fasi di
trattamento analizza, i pensieri automatici disfunzionali, che caratterizzano
il suo funzionamento. Dopo averli individuati, vengono confutati e
sostituiti(con tecniche specifiche di tale terapia)con pensieri più funzionali.
Viene inoltre mostrato al paziente, la conseguenza dei comportamenti evitanti,
e il riflesso che ha sugli altri. Vengono mostrate strategie, per affrontare le
situazioni temute, mediante tecniche espositive, o di altro genere, tutte con
obiettivi concordati con il paziente.
Terapia cognitivo interpersonale
Un altro tipo di terapia che rientra sempre in quelle di tipo
cognitivo, è rappresentata dalla Terapia Metacognitiva interpersonale. In
questo tipo di trattamento è centrale la narrazione che il paziente fa delle
situazioni problematiche. Attraverso la
narrazione, il terapeuta tenta, in maniera del tutto naturale di
·
Promuovere
nuovi comportamenti , sostituendoli con nuove strategie comportamentali e
andando quindi a sostituire, quelli abituali del paziente.
·
Leggere
con maggiore realismo il comportamento intenzionale degli altri, quando si
relazionano con il paziente.
·
Individuare
gli errori di ragionamento del paziente, come ad esempio” se evito di
affrontare la situazione, di sicuro non subirò le critiche o il giudizio
negativo, nei miei confronti.
lunedì 8 maggio 2017
LA DIPENDENZA NON CREA AMORE
Soffrire di
una dipendenza affettiva significa essere completamente assoggettati ad
una persona con la quale abbiamo una
relazione o con la quale cerchiamo o facciamo di tutto per stabilire un
rapporto, anche se questa persona non è adatta a noi, non ci considera o
addirittura compromette il nostro stato psico-fisico.
Vediamo più
da vicino le caratteristiche tipiche del dipendente affettivo
·
Nega
i propri bisogni
·
Rinuncia
ai propri spazi per dedicarsi completamente all’altro
·
Vive
una costante paura di essere abbandonato dal partner
·
Considera
il partner come unica fonte di gratificazione
Si tratta di
una forma di amore controllante, ossessivo , simbiotico che assomiglia ad una
vera e propria droga che nel rapporto si identifica come unica forma di
gratificazione personale, senza la quale ci sentiamo persi e di non valere.
Anche se
presente anche negli uomini in una percentuale nettamente inferiore, la
dipendenza affettiva si manifesta propriamente in quelle donne che hanno queste
caratteristiche
·
Bisognose
di conferme
·
Donne
fragili
·
Con
bassa autostima
·
Prive
di autonomia
·
Con
una enorme paura dell’abbandono
·
Con
tendenza a responsabilizzarsi eccessivamente
·
Proveniente
da famiglie problematiche con storia di dipendenza, alcoolismo, bulimia, o
altre dipendenze, abusi sessuali , maltrattamenti psico-fisici. Condizioni
queste che creano fin da piccoli e
inducono il più delle volte un senso di inadeguatezza personale, e di sfiducia
in sé.
Manifestandosi
come una vera e propria dipendenza si notano come nelle droghe questi tre stadi
1. L’ebbrezza
ovvero un senso di euforia sperimentata dalla persona in seguito alle reazioni
del partner, alla sua presenza o ai suoi comportamenti
2. La tolleranza che
si manifesta con il bisogno crescente di vedere il partner più volte e sempre
di più, limitando cosi il proprio spazio personale e quello del partner che finirà per allontanarsi come reazione a
tale bisogno crescente. Chi soffre di dipendenza affettiva non sa stare da
solo, anzi sente un profondo senso di solitudine che pensa di colmare solo ed
esclusivamente con la presenza dell’altro. L’assenza della persona da cui si
dipende, porta ad uno stato di disperazione, frustrazione che può essere
colmato solo con la presenza fisica dell’altro.
3. Incapacità di controllare il proprio comportamento associata alla perdita di esame di
realtà rispetto a sé, al partner e al rapporto che a lungo andare crea un forte
senso di vergogna e inadeguatezza che come un circolo vizioso si colma con la
ricerca della presenza dell’altro come gratificazione immediata.
Come
uscirne dalla dipendenza affettiva?
·
Prendere
consapevolezza di avere un problema
·
Riconoscerne
le caratteristiche , i sintomi
·
Chiedere
aiuto ad un esperto psicologo psicoterapeuta che tratta di queste tematiche
·
Circondarsi
di affetti familiari, amici, fare rete sociale
·
Informarsi
tramite libri
Sperimentare la libertà
·
Prendersi
cura di sé
·
Non
essere controllante
·
Non
chiamare ossessivamente
·
Usare
l’umorismo
·
Ricercare
la compagnia di amici
·
Diventare
più egoisti
·
Chiedersi
cosa ci rende felici(oltre al partner)
·
Crearsi
obiettivi
·
Rompere
lo schema del circolo vizioso
·
Riconoscere
e curare i bisogni profondi
·
Prendere
le distanze dalla relazione insana
·
Non
pretendere dall’altro
·
Lasciare
passare del tempo prima di mettere in atto comportamenti compulsivi.
venerdì 28 aprile 2017
FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA
Scarica il voucher per una consulenza gratuita con la dottoressa Maria Carcuro
http://festivalpsicologia.it/psicologi/mariacarcuro Tel 347 9733631
dottmariacarcuro@gmail.com
http://festivalpsicologia.it/psicologi/mariacarcuro Tel 347 9733631
dottmariacarcuro@gmail.com
giovedì 30 marzo 2017
IL CORPO E' L'UNICO MEZZO CHE HO PER ENTRARE NEL CUORE DELLE COSE (Cit) "Il training Autogeno"
Il training autogeno
Il
training autogeno è una tecniche di rilassamento, il suo nome deriva dal fatto
che è un training cioè un
allenamento e autogeno cioè si
genera da sé. Questa tecnica è utile a chi vive stati di ansia e panico, è
tormentato da frequenti e continui pensieri negativi, che stancano la mente e
il corpo. Rappresenta un buon rimedio per chi conduce una vita stressante, e
desidera recuperare equilibrio mentale ed energia. Un’ utile pratica per chi
desidera affrontare con più calma le situazioni della vita quotidiana, e
prendere decisioni più serenamente.
Gli obiettivi che si raggiungono con il
fare sedute di training autogeno sono
·
Ridurre
la percezione di ansia
·
Abbassare
il livello di tensione fisico e mentale
·
Recuperare
un buono stato di benessere psicofisico
·
Acquisire
maggiore autocontrollo nella gestione delle proprie ansie e tensioni con
ripercussioni positive nella quotidianità (nel sonno, gestione dello stress,
sulla concentrazione)
Da un
punto di vista psicosomatico è
indicato per chi soffre di
·
Gastrite
·
Colon
irritabile
·
Stipsi
·
Tic
·
Problemi
del sonno
·
Dolori
mestruali
inoltre
per qualsiasi persona che vuole migliorare la concentrazione nel lavoro, nello
sport, e nello studio. Le sedute di training autogeno inizialmente vengono
condotte insieme ad un esperto di questa tecnica e poi in autonomia in un
ambiente adatto privo di rumori e tranquillo, con una luce soffusa e indossando
possibilmente abiti comodi che non stringono il corpo. Questa tecnica si
compone di esercizi cosi suddivisi
·
Esercizio
della pesantezza
·
Esercizio
del calore
·
Esercizio
del respiro
·
Esercizio
del battito cardiaco
·
Esercizio
del plesso solare
·
Fronte
fresca
Dopo
alcune sedute gli effetti riscontrabili
sono rappresentati da uno stato di distensione psichica con
·
Attenuazione
dei disturbi psichici e comportamentali come ansia, attacchi di panico,
angoscia, balbuzie
·
Miglioramento
di disturbi di natura vegetativa come ad esempio dell’apparato respiratorio,
gastro-intestinale, circolatorio
·
Miglioramento
del rendimento in varie attività
La Dott.ssa Carcuro Maria esegue in studio sedute di
training autogeno per informazioni potete contattarla al num 3479733631 o via
mail dottmariacarcuro@gmail.com
www.psicoterapeutacarcuro.it
www.psicoterapeutacarcuro.it
mercoledì 15 febbraio 2017
INSONNIA PERCHE' NON RIESCO A DORMIRE?
Il sonno rappresenta un momento essenziale di riposo e
benessere, favorisce infatti tutti i processi di rigenerazione e ricrescita. Il
sonno non ha sempre le stesse manifestazioni , ma cambia a seconda dell’età, e
dei cambiamenti evolutivi. Vediamo ora quali fattori possono alterare il
regolare funzionamento del sonno
·
L’uso di farmaci e alcune patologie come quelle
croniche, endocrine , cardiovascolari, etc
·
Fattori psicosociali come lutti, divorzi,
separazioni, eventi di vita stressanti, depressione, ansia
·
Lo stile di vita e i fattori ambientali come una
non corretta alimentazione o l’uso eccessivo di bevande eccitanti
Si parla di insonnia quando una persona non riesce a trarre
beneficio dal proprio sonno cioè dorme male o troppo poco e questa situazione
perdura nel tempo. Difficoltà nell’iniziare o mantenere il sonno oppure un
sonno non ristoratore, che si verifica almeno tre giorni a settimana e che
influisce negativamente sulle normali attività quotidiane. Bisogna però sottolineare
che dormire poche ore non è di per sé un problema, ci sono persone che
dormono poco ma che riescono a vivere la quotidianità senza alcun problema.
L’insonnia diventa un problema se a lungo a termine ne consegue un disagio. In
genere chi soffre d’insonnia tende ad avere numerosi pensieri intrusivi che
riguardano:
·
Problemi quotidiani e situazioni stressanti
·
L’insonnia stessa cioè la paura di non dormire
che a sua volta genera insonnia come in un circolo vizioso.
Ci sono tre tipi di insonnie
·
Iniziale che si manifesta con una difficoltà ad
addormentarsi
·
Centrale con frequenti e sostenuti risvegli
durante la notte
·
Tardiva che si manifesta con risveglio mattutino
precoce
Il paradosso dell’insonnia: il
pensiero di non riuscire a dormire non mi fa dormire
I pensieri intrusivi sono incontrollabili, non voluti,
inoltre danneggiano la qualità del sonno perché tengono la mente sveglia e
attiva, aumentano il livello di tensione corporea, la quale non fa che
aumentare l’insonnia. Quando le prime difficoltà di addormentamento si sono
instaurate, le persone possono iniziare a “rimuginare” non solo sugli eventi
della vita, ma anche sulla difficoltà stessa di non riuscire a dormire. Di
conseguenza s’ inizia a catastrofizzare
sulla difficoltà di
addormentamento e si drammatizzano le conseguenze negative e ovviamente tutto
questo fa aumentare la tensione. Se si vuole si può imparare a dormire meglio
innanzitutto eliminando quelle abitudini che mantengono il problema, magari con
l’aiuto di uno psicologo se il problema è piuttosto persistente e non si vuole
giustamente ricorrere all’uso di sonniferi.
Come piccole regole di buona abitudine si può intanto
·
Evitare l’uso eccessivo di caffeina
·
Nicotina
·
Alcool
·
Cibi pesanti
·
Praticare esercizi di rilassamento
·
Bere una tisana prima di andare a letto
·
Dedicare del tempo ad una buona lettura www.psicoterapeutacarcuro.it
mercoledì 1 febbraio 2017
7 TECNICHE RAPIDE PER ESSERE ASSERTIVI
Il termine assertività deriva dal
verbo asserire che sta ad indicare
la capacità di affermare in maniera
chiara ed efficace le proprie emozioni,
idee, opinioni. Essere assertivi significa quindi avere un comportamento
efficace che mira a raggiungere gli obiettivi prefissati comunicando con
sincerità, lealtà senza essere sottomessi o aggressivi.
Essere
assertivi significa non avere il timore di essere disapprovati dagli altri, e
quindi non avere paura della solitudine e del rifiuto che ne possono scaturire.
Vediamo da vicino alcune tecniche di comunicazione assertiva che possiamo
utilizzare.
Accordo assertivo- significa di ammettere di aver commesso un
errore, ma nonostante ciò,questo
giudizio è separato dal considerarsi una persona buona o cattiva, degna di
valore o di non valore. Si ho dimenticato
di chiamarti al telefono , non l’ho fatto apposta non è una questione personale
Domanda assertiva –
ovvero incoraggiare l’interlocutore a farci delle critiche utili ad ottenere
informazioni e quindi a migliorare noi
stessi. Ho capito che l’altra sera
all’incontro non mi sono comportato bene nel parlare con gli altri, cosa c’e
nel mio modo di comunicare che non ti piace?
Annebbiamento
assertivo- far finta di mollare
il terreno nella comunicazione senza però cedere completamente. Cioè si appare
concordi con l’opinione dell’altra persona, ma senza cambiare posizione. Può darsi che tu abbia ragione, si potrebbe
essere più generosi; o chissà forse dovrei essere più duro.
Sapere aspettare- ignora
l’interlocutore arrabbiato, fin quando non si è calmato del tutto per poter
intavolare una nuova conversazione . Vedo
che sei molto arrabbiato e sconvolto. Ne parliamo più tardi.
Ironia assertiva- significa
rispondere in maniera ironicamente positiva a delle critiche pungenti. Sei un buono a nulla …. grazie anche io ti
voglio bene!!
Posticipare assertivamente- posticipa la risposta fino a quando non ti senti tranquillo e
in grado di rispondere in maniera appropriata. Si è proprio un argomento interessante, va bene se ti dico qualcosa
domani?
Disco rotto -significa ripetere con calma il proprio
punto di vista anche più volte senza cambiare parola. No grazie
questa sera preferisco stare a casa.
Gentilissimo ma insisto voglio proprio starmene a casa.
lunedì 12 dicembre 2016
LE IMPLICAZIONI PSICOLOGICHE NELLA MALATTIA CRONICA
Negli ultimi
anni si è passati da un modello medico tradizionale che si focalizzava solo
sulla cura e sui sintomi di una malattia, ad una concettualizzazione più ampia
che comprende giustamente anche le implicazioni
psicologiche considerate avere un ruolo rilevante sul decorso della
malattia cronica stessa.
Da un punto
di vista psicologico infatti venire
a conoscenza di avere una malattia che ci accompagnerà tutta la vita, comporta
un cambiamento radicale rispetto alla vita che si conosceva fino a quel
momento. La salute fino ad allora un punto saldo di riferimento viene a
mancare, ridefinendo un nuovo significato di se stessi, della salute e della
vita in generale. Non è per nulla facile, bisogna adattarsi alla nuova
condizione, ridefinire i propri stili di vita , le proprie abitudini quotidiane
e non sempre questo è automatico, anzi il più delle volte sono delle vere e
proprie forzature se la malattia non viene accettata consapevolmente. Questo cambiamento
produce a livello cognitivo, emotivo e
comportamentale delle risposte che possono prendere forma in un disagio psichico di lieve
entità fino ad arrivare a delle vere e
proprie psicopatologie. Chi vive l’esperienza di una malattia cronica o degenerativa
nella maggioranza dei casi, manifesta depressione, ansia, stress, che interferiscono nella conduzione della malattia o
addirittura ne accrescono la sintomatologia.
Dalla
diagnosi alla terapia, l’obiettivo dell’intervento psicologico sarà quello di
· Contenere i sintomi di sofferenza sia
psicologica che psicopatologica;
· Modificare comportamenti a rischio
che potrebbero influenzare negativamente le condizioni psicofisiche generali
(come assunzione di alcol, disturbi del comportamento alimentare
· Favorire il processo di accettazione
e di adattamento alla nuova condizione di vita;
· Favorire l’aderenza ai piani di cura;
· Favorire la partecipazione attiva del
paziente al piano di cura e alla sua vita, aiutandolo a ricostruire un senso
dell’esperienza e ad adottare modalità più funzionali di essere ed agire.
In conclusione
mercoledì 23 novembre 2016
DISTURBI ALIMENTARI
I disturbi del comportamento
alimentare propriamente detti (DCA) sono patologie caratterizzate da un’
alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il
peso e per le forme del corpo. Il disturbo si manifesta a livello cognitivo con un ‘attenzione quotidiana, assolutizzata sul
cibo che diventa un pensiero ossessivo, sulla dieta e su quello che bisogna o
non bisogna mangiare. A livello
comportamentale questi disturbi si manifestano attraverso
·
digiuno
·
diete restrittive
· abbuffate che si manifestano con l’ingestione
una notevole quantità di cibo in brevissimo tempo in cui si avverte un senso
quasi di incoscienza ovvero un non riuscire a controllare cosa e quanto si
mangia
·
vomito autoindotto
·
assunzione impropria di lassativi e/o diuretici
al fine di contrastare l’aumento di peso
·
intensa attività fisica finalizzata alla perdita
di peso.
I disturbi del
comportamento alimentare insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e
colpiscono soprattutto il sesso femminile. Va sottolineato che le persone
possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti sopracitati, ma ciò non
vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare. Ci sono
infatti dei criteri ben precisi che lo definiscono. Il corpo è spesso evitato e percepito
in modo alterato: il vissuto corporeo di essere inadeguati, grassi, brutti e
socialmente non accettabili, influenza negativamente la propria autostima e
amabilità. I più diffusi e conosciuti disturbi del comportamento
alimentare sono
·
anoressia
·
bulimia
·
disturbo dell’alimentazione incontrollata (binge
eating disorder)
vari studi indicano che i
disturbi del comportamento alimentare fanno riferimento ad un modello casuale multifattoriale, secondo
cui non esiste un’unica causa ma vari
fattori possono favorirne la comparsa e il mantenimento del disturbo.
Anoressia
La persona che soffre di Anoressia
Nervosa risulta gravemente sottopeso a causa della drastica
diminuzione dell’alimentazione quotidiana. La denutrizione del proprio corpo
non appare tuttavia percepito dalla persona, la quale nella maggior parte dei
casi non si rende conto della propria effettiva condizione fisica, bensì si
percepisce come “ancora grassa”,
almeno in alcune parti del corpo (in genere cosce, glutei, addome), oppure si
sente soddisfatta e rassicurata dalle forme corporee attuali.
Sulla base di tale grave alterazione della propria immagine corporea la persona vive con intenso terrore l’idea di recuperare un peso normale, in quanto ciò viene considerato come “tornare ad essere grassa”, e si mostra indifferente alle conseguenze del disturbo sul piano della salute fisica.
Tali rigide idee conducono frequentemente alla “negazione” del problema, da cui segue la resistenza oppure la ferma opposizione al trattamento del disturbo. In alcuni casi Anoressia e bulimia possono coesistere nella stessa persona come disturbo alimentare.
Sulla base di tale grave alterazione della propria immagine corporea la persona vive con intenso terrore l’idea di recuperare un peso normale, in quanto ciò viene considerato come “tornare ad essere grassa”, e si mostra indifferente alle conseguenze del disturbo sul piano della salute fisica.
Tali rigide idee conducono frequentemente alla “negazione” del problema, da cui segue la resistenza oppure la ferma opposizione al trattamento del disturbo. In alcuni casi Anoressia e bulimia possono coesistere nella stessa persona come disturbo alimentare.
Bulimia
La Bulimia Nervosa si caratterizza per la presenza di frequenti abbuffate a cui seguono comportamenti di compensazione il cui scopo è compensare le calorie ingerite. L’abbuffata è un episodio di
alimentazione eccessiva in cui viene ingerita una grande quantità di cibo e durante
il quale la persona sperimenta una sensazione di perdita di controllo. La frequenza delle abbuffate può variare da una o
due volte alla settimana a più volte al giorno. Può accadere che la persona
bulimica senta la necessità di terminare l’abbuffata in fretta in modo da
liberarsi di ciò che è stato ingerito in modo da ridurre al minimo le calorie
ingerite. Le persone bulimiche appaiono visibilmente normopeso, anche se
talvolta può essere presente un leggero sovrappeso.
Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder)
Questo disturbo è caratterizzato
dalla presenza di episodi ricorrenti di
abbuffate, a cui non fanno seguito condotte di compensazione come nella Bulimia nervosa. O
meglio per la precisione possono esserci l’utilizzo di condotte compensatorie
quali vomito, utilizzo di lassativi, diuretici digiuno , esercizio fisico
forzato ma non utilizzate in maniera
sistematica per controbilanciare le
calorie ingerite. Molte ricerche hanno evidenziato una forte correlazione
tra questo disturbo e
·
obesità
·
diabete
tipo 2
·
malattie
metaboliche
·
apnee nel
sonno
·
malattie cardiocircolatorie
·
sindrome
del fegato grasso
·
osteoartrite
·
complicanze
in gravidanza
Le persone che soffrono di Disturbo
da Alimentazione Incontrollata mostrano un’alimentazione caotica, senza
controllo, con un elevato introito di cibo sia durante i pasti che fuori pasto,
ovvero generalmente sono presenti sia frequenti
abbuffate che alimentazione
eccessiva ai pasti stabiliti (colazione, pranzo, cena).
Il modello terapeutico cognitivo-comportamentale
con questi disturbi mira alla ristrutturazione dei pensieri e alla gestione
delle emozioni che sono alla base del comportamento alimentare patologico per
favorire quei cambiamenti che rappresentano le tappe fondamentali del processo
terapeutico.
Iscriviti a:
Post (Atom)








